
📖 Sfogliando una vecchia rivista…
Ogni tanto mi capita di sfogliare le vecchie riviste di maglia anni 60/70/80 che ho in casa. Non lo faccio necessariamente per cercare un modello da realizzare anzi, spesso succede il contrario: sono critica, non mi accontento e passo il tempo a fissare le foto facendomi sempre un sacco di domande. E questa volta è successo con questo abito degli anni 60.

Impressione: bello? Sì.
Domanda: lo farei/indosserei oggi? No.
E non perché non mi piaccia, semplicemente perché quel modello oggi racconta solo il suo tempo. Lo si capisce dai colori, dalla linea, dal modo con cui è fatto (a maglia). Insomma è uno di quei capi orgogliosamente figli della loro epoca.
A questo punto le domande nelle mia mente fioccano: perché una rivista degli anni ’60 dedicava tanto spazio a un vestito così? 🤔 E cosa spingeva una donna a passare settimane a lavorare un vestito a maglia come questo? 🤯 E come si faceva a portare un vestito estivo a maglia (e per giunta con le trecce? 🥵) Ma più che altro…quanto poteva pesare un vestito così?! 😬
Ecco, io ogni volta che guardo modelli dell’epoca delle riviste, più che pensare a rifarlo, mi perdo in questi pensieri curiosi e non sempre trovo una risposta.

La rivista non vendeva un abito, vendeva un’idea
Oggi siamo abituati a vedere fotografie che cercano di vendere uno stile di vita: la modella ride, cammina sulla spiaggia, beve un caffè, cammina in un campo di lavanda. Insomma, oggi il vestito quasi passa in secondo piano.
La fotografia dell’abito che ho visto nella vecchia rivista invece è completamente diversa. La modella è lì per mostrarci il lavoro, il punto, le rifiniture, la cintura, la costruzione del corpino. Ogni dettaglio è pensato per far venire voglia di dire: Lo voglio fare anch’io!
La rivista non stava vendendo un prodotto già pronto, ma un progetto da fare. Capite? Un intero abito da fare ai ferri: intero…ai ferri…e per l’estate! 🤯
Questo a me dà perfettamente la misura di quanto sia cambiata la creatività.

Un investimento di tempo che oggi ci sembra enorme
Ammettiamolo, oggi molte di noi cercano un progetto che si possa finire nel fine settimana, tipo fare un cestino, un portamonete, una sciarpetta, un amigurumi.
Guardando le riviste di quei tempi invece, si scopre che erano piene di progetti importanti, impegnativi, ambiziosi: maglioni, vestiti e persino tailleur lavorati ai ferri, ma anche tendoni, copritavola e intere coperte matrimoniali all’uncinetto.
Eppure quelle pagine sembrano dire con grande naturalezza: è facile signo’, che_ccevo’!
Ed è questo che mi affascina (non tanto il modello), cioè il fatto che nessuno trovasse assurda quella proposta. Anzi, era perfettamente credibile, tant’è che di donne che poi facevano quei modelli ce n’erano eccome!

Un vestito fatto a mano aveva un valore diverso
In quegli anni realizzare un abito ai ferri non era un hobby da condividere sui social: era un modo concreto di costruire il proprio guardaroba.
Molte donne infatti cucivano, lavoravano a maglia o all’uncinetto perché permetteva di avere capi originali, personalizzati e spesso anche più convenienti rispetto all’acquisto in negozio (questo me lo ricordo bene perché ero piccola e in casa mia funzionava proprio così).
Quindi secondo me, le riviste non proponevano semplicemente idee creative, ma erano strumenti pratici, quasi dei cataloghi da cui scegliere cosa indossare nella stagione successiva. E ogni modello rappresentava tempo, competenza e pazienza, qualità che contribuivano ad aumentare il valore percepito del capo.

Le vecchie riviste sono molto più di una raccolta di schemi
E brevemente -si fa per dire 😜- concludo.
Oggi tendiamo a considerare le vecchie pubblicazioni di capi a maglia o all’uncinetto soprattutto come una fonte di modelli da copiare. Io invece vi suggerisco di guardare oltre.
Per esempio, guardate il progetto che vi ho fatto vedere oggi non tanto come un “abito da fare” -perché effettivamente farlo e metterlo oggigiorno sarebbe un po’ difficile 🤭- ma come un documento che racconta qualcosa. È la prova che, in quel momento storico, una rivista riteneva perfettamente normale proporre un progetto di quella complessità ai propri lettori.
È questo che oggi ci sorprende.
Inoltre ci racconta di come era la moda, quali colori piacevano, quali filati erano disponibili, come venivano fotografati i capi e quale idea di eleganza si cercava di trasmettere.
Insomma ogni modello proposto in queste riviste è una piccola fotografia della società di quegli anni. E a me questa cosa piace da matti. 😍
Ecco, forse è proprio questo il modo più interessante di sfogliare le vecchie riviste di maglia e uncinetto oggi: non per cercare necessariamente qualcosa da realizzare -ché l’internette ll’è pieno-, ma per capire come si vestivano, cosa desideravano e come vivevano le persone che ci hanno preceduto.
Ma soprattutto servono a porci (voce del verbo porre eh 😂) una domanda fondamentale: ma come abbiamo fatto a passare, dal fare un abito a maglia così impegnativo…agli amigurumi?! 🤔😅
La risposta non è così scontata. A voi la parola! 😉💬




6 risposte
Bellissima questa tua riflessione, mi ha riportata indietro nel tempo… ancora rimpiango di non avere più trovato un abito di mia zia (che, purtroppo, non è più in vita) che lei – bravissima – aveva realizzato a uncinetto: bianco, estivo, ricamato con fiori, era un sogno per me, allora bambina. Personalmente, cerco nelle riviste – e on line – dei progetti, non solo cose veloci da fare, ma, da oggi, guarderò quelle foto con occhi nuovi grazie a te. E complimenti per il tuo blog che seguo con molto interesse. Un caro saluto
Ciao Donatella, grazie mille mi fa molto piacere! 😉
Che peccato che tu non l’abbia ritrovato. Guarda, dopo aver letto il tuo commento mi è venuto spontaneo immaginare come poteva essere fatto quel vestito e mi è venuta subito in mente una maglia fatta ai ferri di mia mamma (per l’appunto era bianca con fiorellini ricamati colorati) 🙂
Hai ragione! Anche sugli amigurumi ma solo per il tipo di oggetto, per il tempo no. Io credo d’aver impiegato una cinquantina di ore a fare un chihuahua per la figlia di un’amica, altro che fine-settimana. Ho giurato: mai più amigurumi! Ma tanto di cappello a chi li fa, specie quelli piccoli piccoli. No, scherzi a parte, hai proprio ragione. Fino ancora agli anni Ottanta, le foto di moda, incluse quelle di capi da fare, erano veramente la proposta di un’idea, foss’anche inconsulta (come i maglioni col collo alto e le maniche corte); parlavano di una stima per le capacità della donna che avrebbe letto quella pagina. Oggi, stimano solo… il portafogli.
Ciao Umberta! Lo capisco bene cosa intendi, li ho fatti anche io. Credo di essere stata una delle prime, nel lontano 2010, a fare un intero presepe amigurumi, quindi ti capisco.
Però mi piaceva fare il paragone tra una cosa utile che riforniva il guardaroba e l’oggettistica minuta che va di moda oggi con gli amigurumi. Diciamo che è un bel salto di genere
Bella la tua analisi è proprio così!!! Peccato per questioni di spazio ho dovuto buttare un sacco di riviste di questo tipo .Erano di mia mamma mi è dispiaciuto tantissimo.
Ciao Liliana, anche io ne ho un bel po’. Alcune erano dei nonni di mio marito altre mi sono state regalate dai figli dalla merciaia del paese (che adesso purtroppo non c’è più). Per fortuna lo spazio non mi manca ma è vero che occupano posto.